di Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci
È da poco uscito su Current Biology un articolo del gruppo di Vittorio Gallese, dell’Università di Parma, intitolato Prenatal behavioral contagion through maternal yawning and fetal resonance (D’Adamo et al., 2026). In questo studio, trentasei donne fra la ventottesima e la trentaduesima settimana di gravidanza hanno guardato dei video con persone che sbadigliano (come già sappiamo, lo sbadiglio è ‘contagioso’): nel frattempo l’ecografia registrava in tempo reale l’attività della bocca del bambino in utero. I ricercatori hanno osservato che quando la madre sbadiglia, anche il bambino tende a sbadigliare, con un tempo di latenza ricorrente dopo lo sbadiglio della madre, e con una struttura del movimento che è sovrapponibile a quella adulta. Gli autori hanno definito questa situazione “contagio fisiologico intrauterino”: attraverso vie biomeccaniche e ormonali condivise fra il corpo della madre e quello del bambino i due “sistemi” comunicano e si condizionano.
Da molti anni la psicologia prenatale e le neuroscienze dello sviluppo descrivono la gravidanza come uno spazio biologico condiviso, in cui ormoni, ritmi, posture, voce, respiro, stato di veglia, qualità del sonno, qualità delle relazioni della madre costituiscono il primo ambiente del bambino.
Il bambino in utero non è un oggetto passivo, chiuso in sé stesso, che attende di nascere per cominciare a esistere relazionalmente. Esiste all’interno di un sistema di scambi, e quegli scambi lasciano traccia.
Questo studio suggerisce che anche un gesto stereotipato come lo sbadiglio, considerato finora una manifestazione automatica del bambino in utero, governata solo dai generatori di pattern del tronco encefalico, può essere considerata una risposta all’interno della diade. Se la madre sbadiglia, la probabilità che nei minuti successivi il bambino sbadigli aumenta in modo significativo. È chiaro che il bambino non sta imitando la madre, perché non la vede e non la sente sbadigliare nel senso percettivo del termine. Però lo stato della madre, lo stato del suo corpo che sbadiglia, le variazioni di pressione, di respiro, forse di ossigenazione, forse di assetto neuroendocrino, raggiungono il bambino e modulano la sua attività motoria.
I risultati di questo studio sono coerenti con tutto quello che già pratichiamo quando parliamo di coregolazione materno-fetale, quando spieghiamo alle donne incinte che la loro qualità del sonno, il loro stato d’ansia, la loro cura di sé non riguardano soltanto loro. Per gli operatori che accompagnano le madri nei percorsi di nascita, e ancora di più per chi le accompagna in una gravidanza successiva ad una perdita, questo studio è un’ulteriore punto di partenza per rimettere sul tavolo alcune importanti riflessioni sulla salute mentale e sui primi mille giorni.
Studi come questo sottolineano che mamma e bambino sono un sistema integrato: promuovere la salute fisica e psichica della donna in attesa, significa prendersi cura anche della salute del bambino. Se lo stato del corpo materno e le sue variazioni sono tali da attivare risposte adattive e modulare l’attività motoria del bambino come osservabile in ecografia, allora il sostegno emotivo, la riduzione dello stress, la qualità del riposo, la possibilità per la donna di vivere la propria gravidanza con la maggiore serenità possibile devono essere considerati parte integrante della cura prenatale.
L’esistenza di una relazione prenatale e di un “contagio fisiologico intrauterino” ci permette inoltre di vedere anche il lutto perinatale con uno sguardo più attento: se il bambino muore prima di nascere o nei giorni successivi al parto, si viene a perdere anche una relazione significativa, non solo con il “bambino immaginato”, ma anche con il bambino reale: la madre perde infatti un interlocutore con cui aveva un dialogo incarnato e silenzioso, fatto di movimenti, ritmi, risposte, pause. Le parole che usano da sempre le donne con esperienza di lutto perinatale rimandano a una sensazione di “frattura”, “vuoto”, “morte di una parte di sé”, “assenza lacerante”: la sensazione è quella di un abbandono, di una danza a due che si interrompe bruscamente.
Questo studio ci offre molti spunti di riflessione, anche se il campione di diadi è piccolo, la finestra gestazionale è stretta, e il meccanismo fisiologico rimane da chiarire e sarà oggetto, speriamo, di studi futuri.
Tuttavia, questi risultati si inseriscono in un quadro già piuttosto coerente, che ci suggerisce che il bambino in pancia non è avulso dal contesto: è già un essere relazionale, dentro la prima delle sue relazioni, quella con il corpo che lo porta e lo nutre.
Pensiamo che tenerne conto sia importante per indirizzare il modo in cui si assiste una gravidanza, e soprattutto per dare ascolto ad una madre quando quella relazione, per qualsiasi ragione, viene interrotta.
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D’Adamo G., Dall’Asta A., Ardizzi M., et al. (2026). Prenatal behavioral contagion through maternal yawning and fetal resonance. Current Biology, 36, 1-7. DOI: 10.1016/j.cub.2026.04.025.
