Vaccinarsi in gravidanza: il punto nel 2026

Un aggiornamento su efficacia e sicurezza dei vaccini a mRNA in gravidanza

by Fondazione CiaoLapo

di Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

A seguito di alcune nuove ricerche scientifiche è giunto il momento di aggiornare l’articolo che avevamo scritto durante la pandemia sulle vaccinazioni contro COVID e influenza in gravidanza, ad uso degli operatori e dei genitori che orbitano intorno a CiaoLapo. In questi anni sono uscite diverse analisi di registri di sicurezza, grandi studi di coorte internazionali sulle malformazioni dopo l’esposizione nel primo trimestre e i primi studi sullo sviluppo dei bambini seguiti dopo la nascita. Grazie a questi, oggi possiamo rispondere a domande che fino a poco tempo fa restavano aperte.

Inoltre, con l’approvazione del primo vaccino a mRNA per l’influenza (che NON riguarda la gravidanza, essendo autorizzato solo per gli adulti dai 50 anni in su) sono cominciate a ricircolare sui social voci completamente prive di fondamento sulla presunta pericolosità di diverse vaccinazioni. Pensiamo sia importante fare chiarezza, per evitare che alcune donne, mal consigliate da una disinformazione dilagante, possano averne un danno.

La prevenzione e la terapia delle malattie infettive in gravidanza sono trattate in uno dei moduli del Corso di Perfezionamento I Primi Mille Giorni organizzato dall’Università di Firenze e da CiaoLapo


Come funziona un vaccino a mRNA

Un vaccino a mRNA porta le istruzioni per costruire una singola proteina del virus, racchiuse in una nanoparticella lipidica che protegge quelle istruzioni, le fa entrare nelle cellule e contribuisce a richiamare l’attenzione del sistema immunitario. La nanoparticella non è un contenitore inerte: partecipa alla risposta immunitaria e rende conto della maggior parte della reattogenicità, cioè del dolore al braccio, della stanchezza e talvolta della febbre nelle ore successive all’iniezione (Verbeke et al., 2022).

Gli studi che hanno seguito nanoparticelle marcate nei primati non umani mostrano che dopo l’iniezione intramuscolare il materiale resta in larga parte nel muscolo iniettato e in parte raggiunge i linfonodi vicini, dove le cellule presentanti l’antigene lo captano e traducono l’mRNA nella proteina di interesse (Buckley et al., 2025). L’mRNA non entra nel nucleo delle cellule, non si integra nel DNA e viene degradato nell’arco di pochi giorni. Quello che resta, e che dura, è la memoria immunitaria, cioè gli anticorpi e le cellule che li producono.

La sicurezza in gravidanza

Dal momento in cui sono stati autorizzati i primi vaccini a mRNA per l’uso in gravidanza, è stata avviata una revisione sistematica che aggiorna in continuo la letteratura e conta oggi 177 studi e 638.791 partecipanti in 41 paesi. Su tutti i dati analizzati, non sono state identificate differenze rilevanti su nessuno degli esiti materni e neonatali considerati (Ciapponi et al., 2024). Ciò significa che tutti gli eventi avversi in gravidanza e sul nascituro si manifestano con la stessa frequenza nelle donne vaccinate e in quelle non vaccinate.

Tra questi, le malformazioni dopo esposizione nel primo trimestre, cioè nel periodo in cui gli organi si formano, sono state studiate su una coorte nazionale francese che ha esaminato tutti i nati vivi da gravidanze iniziate fra l’aprile 2021 e il gennaio 2022, 527.564 bambini, dei quali 130.338 esposti ad almeno una dose nel primo trimestre: le malformazioni maggiori sono risultate 176,6 ogni 10.000 nati fra gli esposti e 179,4 ogni 10.000 fra i non esposti, con odds ratio ponderato di 0,98 (Bernard et al., 2025). Quindi nessuna differenza significativa e, se mai una differenza ci fosse, sarebbe protettiva per le donne vaccinate rispetto alle altre. L’analisi è stata ripetuta su 13 apparati e su 75 singole malformazioni senza che emergesse alcun segnale in nessuno di questi casi, e ciò trova ulteriore conferma nel Vaccine Safety Datalink statunitense su 42.156 gravidanze (Kharbanda et al., 2024) e nella coorte appaiata scozzese (Calvert et al., 2023). Su una popolazione di questa dimensione, un aumento anche piccolo del rischio di malformazione sarebbe emerso, e non è emerso in nessuna delle 88 analisi condotte.

Per quanto riguarda l’aborto spontaneo è importante fare una precisazione di metodo, perché è in questo ambito che circolano i numeri più sbagliati. Il rischio delle perdite precoci si può calcolare correttamente solo tenendo conto del fatto che una gravidanza entra nel gruppo a rischio nel momento in cui viene vaccinata e vi resta finché prosegue. Le analisi condotte su registri ancora aperti, che dividono le perdite per le sole gravidanze già concluse, sovrastimano la perdita in misura grossolana, perché nelle prime settimane di osservazione le gravidanze concluse sono quasi soltanto quelle finite male, mentre tutte le altre sono ancora in corso e non compaiono nel conto. C’è poi un secondo aspetto, legato al momento in cui si comincia a contare, ed è quello che rende sbagliati parecchi numeri che girano. Facciamo un esempio: immaginiamo di voler capire se una certa esposizione, qualunque essa sia, possa causare una interruzione di gravidanza, e di andare a valutare le donne solo a partire dalla 20ª settimana. A quel punto tutte le gravidanze che si sarebbero interrotte prima, per ragioni che con quella esposizione non c’entrano niente, sono già uscite di scena: nel gruppo che osserviamo restano soltanto le gravidanze che hanno superato il periodo più delicato, cioè quelle già in partenza a rischio minore. Il numero che ne esce non descrive il rischio reale, ma il rischio di un gruppo già scremato. In epidemiologia questo fenomeno si chiama depletion of susceptibles, cioè l’esclusione dei soggetti più fragili, ed è insidioso perché può spostare il risultato in qualunque direzione: può far sembrare pericolosa una cosa innocua, oppure protettiva una cosa che non protegge affatto, a seconda di quando comincia l’osservazione e di quando è avvenuta l’esposizione che stiamo studiando. Andando quindi a valutare i dati completi del registro statunitense, pubblicati quest’anno con l’approccio corretto su 12.097 gravidanze, mostrano un rischio cumulativo di aborto spontaneo fra la 6ª e la 20ª settimana del 10,8%, dentro o al di sotto delle stime precedenti la pandemia (Madni et al., 2026). Lo stesso risultato viene da una meta-analisi su 149.685 donne (Rimmer et al., 2023) e da uno studio caso-controllo in cui ogni singolo caso è stato riesaminato clinicamente (Sheth et al., 2025). Il rischio di perdere la gravidanza nelle prime 20 settimane, quindi, nelle donne vaccinate è esattamente sovrapponibile alle donne non vaccinate: quello che accade comunque a una gravidanza su dieci, per ragioni che nella maggior parte dei casi precedono il concepimento e non dipendono da nulla di ciò che la donna ha fatto o non ha fatto.

Per quanto riguarda gli esiti neonatali, uno studio che ha incluso tutti i bambini nati in Svezia e Norvegia fra il giugno 2021 e il gennaio 2023, 196.470 in tutto, dei quali 94.303 esposti in utero, non ha trovato alcun aumento di esiti neonatali sfavorevoli, ma anzi una riduzione dei rischi; per le tre condizioni gravi studiate, l’emorragia intracranica non traumatica, l’encefalopatia ipossico-ischemica e la mortalità neonatale: tutte le frequenze sono risultate più basse fra i bambini nati da donne vaccinate (Norman et al., 2024). Vanno nella stessa direzione la coorte dell’Ontario su 142.006 bambini (Jorgensen et al., 2023a) e lo studio su 85.162 nascite che ha esaminato parto pretermine, basso peso per età gestazionale e natimortalità (Fell et al., 2022). Ovviamente bisogna tenere conto del fatto che chi sceglie di vaccinarsi tende anche a seguire la gravidanza in modo più corretto e ad avere stili di vita migliori, per cui non possiamo attribuire esclusivamente ai vaccini tutti questi miglioramenti. Resta il fatto che in nessuno studio i figli delle donne vaccinate hanno avuto esiti peggiori, mentre in molti studi hanno avuto esiti nettamente migliori.

Per quanto riguarda lo sviluppo dei bambini è stato valutato da due coorti prospettiche, una statunitense e una europea, che hanno seguito i piccoli esposti in utero alla vaccinazione materna a 12 e a 18 mesi con gli strumenti che si usano abitualmente per lo screening dello sviluppo, senza trovare differenze nelle aree della comunicazione, della motricità, della capacità di risolvere problemi e delle competenze sociali (Jaswa et al., 2024; Favre et al., 2025). Le valutazioni ovviamente arrivano a due anni, perché i primi bambini esposti oggi ne hanno cinque, e un follow-up all’età scolare non esiste per nessun vaccino autorizzato nel 2020. Nei limiti di quello che si può osservare oggi, quindi, i bambini esposti in utero alla vaccinazione materna si sviluppano esattamente come gli altri.

 

Che cosa ci si può aspettare dalla vaccinazione, oggi

Oggi sappiamo che in linea generale la protezione dal contagio da SARS-CoV-2, con le varianti attualmente in circolazione, è modesta e si riduce nell’arco di pochi mesi. Chi si vaccina oggi contro il COVID-19 riduce di poco e per un tempo breve la probabilità di prendere l’infezione. Quello che la vaccinazione continua però a fare in gravidanza è ridurre la probabilità di una forma grave, che colpisce le donne incinte più di quelle fuori dalla gravidanza (Smith et al., 2023), e proteggere il neonato nei primi mesi di vita. In uno studio internazionale condotto in 18 paesi durante il periodo Omicron, la protezione dalle complicanze gravi della malattia è risultata del 48% con il ciclo completo e del 76% dopo il richiamo (Villar et al., 2023). In Ontario, i lattanti di madri vaccinate con tre dosi avevano una protezione del 73% contro l’infezione e dell’80% contro il ricovero (Jorgensen et al., 2023b). Per il bambino la protezione massima si osservava quando la vaccinazione materna cadeva entro le 14 settimane precedenti il parto e si attenuava se era più lontana; nello stesso lavoro i figli di madri non vaccinate con diagnosi di COVID-19 avevano un rischio doppio di morte neonatale rispetto ai figli di madri senza diagnosi (Barros et al., 2024).

Il bilancio, per una donna che deve decidere oggi, si compone quindi di tre voci

  • Dal lato dei rischi, nessun aumento misurabile di malformazioni, di aborto spontaneo, di parto pretermine, di esiti neonatali sfavorevoli o di ritardo dello sviluppo, su milioni di gravidanze osservate.
  • Dal lato dei benefici per la madre, una riduzione delle forme gravi di malattia, che in gravidanza sono più frequenti che fuori.
  • Dal lato dei benefici per il bambino, una protezione nei primi mesi di vita che nessun altro strumento può dargli, perché a quell’età non esistono vaccini che lo riguardino direttamente.

 

Il COVID-19 in gravidanza nel 2026

Anche grazie una delle campagne vaccinali più ampie nella storia della medicina (nei 12 mesi successivi alla prima somministrazione avvenuta fuori da uno studio clinico, l’8 dicembre 2020, sono state somministrate nel mondo 8,33 miliardi di dosi a 4,36 miliardi di persone, e in Italia 145.134.032 dosi fino al settembre 2023; Wells et al., 2022), possiamo dire che oggi il carico della malattia si è ridotto in misura enorme, rispetto alle fasi acute della pandemia. Uno studio scozzese di popolazione che ha confrontato il periodo Delta con quello Omicron ha registrato il ricovero in terapia intensiva materna scendere dall’1,8 allo 0,3%, il parto pretermine entro 4 settimane dall’infezione dal 4,2 all’1,8% e la morte in utero da 20,3 a 4,3 per mille nati (Stock et al., 2022). Il rischio residuo si concentra su chi non è protetto e su chi sviluppa una forma sintomatica grave. Nello stesso studio scozzese, dei 12 nati morti su 15 (l’80%) riguardavano donne che al momento dell’infezione non avevano ricevuto due dosi. Nello studio internazionale, le donne con sintomi gravi avevano un rischio di trasferimento, ricovero in terapia intensiva o morte quasi 12 volte superiore alla media, che fra le non vaccinate saliva a quasi 21 volte (Villar et al., 2023). La sorveglianza ostetrica dell’Istituto Superiore di Sanità durante l’onda Omicron ha registrato malattia moderata o grave nell’1,9% di 2147 donne, con odds ratio quasi triplo (cioè un rischio aumentato di tre volte) fra le donne senza protezione vaccinale (Corsi Decenti et al., 2023).

Quanto la campagna abbia inciso sulla mortalità complessiva è oggetto di stime che divergono in misura ampia a seconda del metodo. Il modello di trasmissione applicato a 185 paesi calcola, per il primo anno di vaccinazione,  tra 14 e 19 milioni di decessi evitati usando l’eccesso di mortalità come misura reale della pandemia (Watson et al., 2022). Un’analisi successiva, costruita su assunzioni più conservative ed estesa fino all’ottobre 2024, arriva a 2,5 milioni di decessi evitati e a 14,8 milioni di anni di vita guadagnati (Ioannidis et al., 2025). Chiaramente, il 90% dei decessi evitati riguarda persone dai 60 anni in su, e le fasce più giovani compaiono per frazioni minime. Le ragioni per vaccinare una donna in gravidanza, che è giovane, poggiano quindi sugli esiti di cui abbiamo parlato, cioè le complicanze ostetriche e la protezione del lattante, e non sulla mortalità generale.

 

L’influenza in gravidanza

Fino a pochi mesi fa i vaccini a mRNA autorizzati erano soltanto quelli contro il COVID-19, ed è su quelli che si sono accumulati tutti i dati che abbiamo descritto finora. Recentemente è arrivata l’approvazione di un vaccino antinfluenzale a mRNA, sollevando alcune preoccupazioni sulla sua pericolosità in gravidanza; preoccupazioni ad oggi del tutto immotivate, visto che non è autorizzato per questo uso. Il paradosso è che, mentre si discute di un vaccino che alle donne in gravidanza non viene nemmeno offerto, l’influenza continua invece a circolare ogni inverno e a fare danni documentati da decenni, e il vaccino che la previene, quello inattivato di sempre, viene rifiutato o non proposto alla grande maggioranza delle donne italiane.

Facciamo allora il punto su che cosa comporti davvero l’influenza in gravidanza.

Su 74,7 milioni di ricoveri per parto registrati negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2018, la presenza di una diagnosi di influenza al momento del ricovero si associava a grave malattia materna nel 2,3% dei casi contro lo 0,7%, con rischio relativo aggiustato di 2,24 (cioè più del doppio), con particolare riferimento a morte materna, per la necessità di intubazione, per la sepsi e lo shock, per la sindrome da distress respiratorio, per il parto pretermine e per i disturbi ipertensivi della gravidanza (Wen et al., 2021). Nella sorveglianza ospedaliera statunitense su 9 stagioni, il 28% delle donne in età fertile ricoverate per influenza era in gravidanza; fra loro il 5% è finito in terapia intensiva, il 2% è stato sottoposto a ventilazione meccanica, 8 sono morte, e meno di una su tre era vaccinata (Holstein et al., 2022). La sorveglianza ostetrica britannica su due stagioni ha rilevato, fra le donne ricoverate con influenza confermata, una probabilità di ricovero in terapia intensiva molto più alta rispetto alle donne ricoverate per partorire, insieme a più cesarei e più ricoveri in terapia intensiva neonatale (Vousden et al., 2021).

Il quadro complessivo, quindi, è quello di una malattia che in gravidanza manda in ospedale più spesso, che una volta in ospedale può richiedere terapia intensiva e ventilazione meccanica, e che occasionalmente uccide donne giovani e senza patologie precedenti.

Per quanto riguarda gli esiti della gravidanza, uno studio di coorte prospettico internazionale su oltre 11.000 donne seguite in 3 paesi ha trovato che l’influenza contratta in gravidanza si associava a perdita tardiva della gravidanza con hazard ratio aggiustato di 10,7 (rischio aumentato di oltre 10 volte), anche se su numeri piccoli (Dawood et al., 2020). Una meta-analisi su 17 studi e oltre 2 milioni di partecipanti stima un rischio di nato morto oltre il triplo (Wang et al., 2021). Durante la pandemia influenzale del 2009, fra le donne britanniche ricoverate con H1N1 la mortalità perinatale è stata di 39 per mille contro 7 per mille e i nati morti 27 per mille contro 6 per mille, con parto pretermine quadruplicato (Pierce et al., 2011). Uno studio recente su quasi 43.000 coppie madre-bambino ha rilevato associazione fra infezione influenzale in gravidanza e parto pretermine, parto pretermine estremo e peso molto basso alla nascita, con gli effetti più marcati per le infezioni del primo trimestre (Zhang et al., 2026).

La vaccinazione materna protegge il bambino nei mesi in cui non può essere vaccinato. In una coorte californiana su 245.498 neonati ha ridotto del 44,4% l’influenza nei primi 6 mesi di vita, con un effetto dell’11,3% se somministrata nel primo trimestre, del 51,5% nel secondo e del 59,3% nel terzo (Zerbo et al., 2025). In Lombardia, i lattanti di madri vaccinate hanno mostrato un rischio inferiore del 69,7% di ricovero o accesso in pronto soccorso per influenza, e dell’88,6% per pertosse nel caso del vaccino Tdap (Morabito et al., 2026).

Per il bambino il vantaggio è quindi duplice.

  • L’influenza contratta dalla madre si associa a perdita della gravidanza, a parto pretermine e a basso peso alla nascita;
  • l’influenza contratta dal lattante nei primi mesi, quando nessun vaccino può essergli somministrato, trova un organismo senza difese proprie.

La vaccinazione della madre agisce su entrambi i fronti, e la finestra utile per il secondo coincide con il secondo e il terzo trimestre.

 

Quante donne si vaccinano in Italia

Purtroppo, un dato nazionale di copertura vaccinale in gravidanza in Italia non esiste. Il monitoraggio ministeriale della campagna antinfluenzale conta le vaccinazioni per fascia d’età e non per condizione, e sulle donne in attesa non riporta nulla. Non lo registra neppure il Certificato di assistenza al parto, che viene compilato per ogni nascita e nel 2025 ha rilevato 352.426 nati: fra le informazioni che raccoglie sulla gravidanza figurano l’assunzione di acido folico, il fumo di tabacco, il consumo di alcolici, il numero di visite e di ecografie, la partecipazione al corso di accompagnamento alla nascita, mentre per le vaccinazioni non è prevista alcuna casella, e non la prevede neanche il nuovo tracciato istituito con decreto nel giugno 2025, le cui specifiche tecniche sono state riviste a giugno, luglio e agosto di quest’anno.

Abbiamo invece alcune rilevazioni regionali, con metodi diversi e risultati diversi. In Toscana, dove la Regione somministra un questionario alle donne nel terzo trimestre, su 25.160 risposte raccolte fra il 2019 e il 2022 la copertura risultava del 56,5% per la pertosse e del 18,9% per l’influenza (Ferrari et al., 2023). In Lombardia, dove il dato proviene dagli archivi amministrativi e non dipende da quanto le donne ricordano, su tutte le gravidanze con nato vivo fra il 2018 e il 2022 la copertura antinfluenzale era del 6,4% e quella del Tdap del 41% (Morabito et al., 2026).

Lo scarto fra le due vaccinazioni riguarda la stessa donna, seguita nello stesso ambulatorio, nella stessa gravidanza e spesso dallo stesso professionista, e si spiega probabilmente con la scorretta percezione che l’influenza sia una malattia lieve, asserzione che negli studi italiani compare con regolarità fra le ragioni del rifiuto.

Che cosa accada quando la copertura vaccinale in gravidanza si abbassa, in Italia lo abbiamo visto nel 2024 con la pertosse. Fra gennaio e maggio 11 centri pediatrici hanno registrato 108 ricoveri di neonati e lattanti, e tre bambini sono morti (Poeta et al., 2024). In Toscana i ricoveri pediatrici per pertosse sono passati da una media di 28 all’anno nel periodo 2016-2019 a 259 nel solo 2024 (Nieddu et al., 2025). L’indagine nazionale condotta subito dopo su 404 madri ha rilevato che il 37,4% non aveva ricevuto il vaccino in gravidanza, con una differenza netta fra il nord e il sud del paese, e che le regioni con la copertura più bassa presentavano il maggior numero di lattanti ricoverati; la ragione riferita con maggiore frequenza era la disinformazione (Poeta et al., 2025).

 

Le nuove prospettive dei vaccini a mRNA

Tipicamente, i ceppi da includere nel vaccino antinfluenzale per l’inverno vengono scelti a febbraio, con circa 6 mesi di anticipo, perché la produzione passa dalla crescita del virus in uova embrionate e quel procedimento ha tempi che non possono essere ridotti. Questo può causare dei problemi di copertura, ad esempio nella stagione 2025-2026 si è diffuso in maniera imprevedibile un ceppo A(H3N2) della sottoclade K, geneticamente distante dal ceppo che era stato usato per la preparazione dei vaccini, che quindi mostravano reattività ridotta (Kirsebom et al., 2025). Il timore era che il vaccino non funzionasse affatto, ma fortunatamente non è andata così. L’efficacia misurata sul campo è risultata simile a quella di una stagione normale, che negli adulti è comunque modesta: in Inghilterra ha protetto dal 72 al 75% dei minori di 18 anni e dal 32 al 39% degli adulti contro gli accessi in pronto soccorso e i ricoveri, mentre l’analisi europea che aggrega 9 studi condotti in 19 paesi stima fra il 25 e il 45% la protezione contro l’influenza A, considerando insieme ambulatorio e ospedale (Lucaccioni et al., 2026). Un vaccino con questi numeri evita comunque una quota consistente di ricoveri, e resta il fatto che una parte della protezione è andata persa perché il ceppo era stato scelto troppi mesi prima. A questo si aggiunge un problema classico della preparazione dei vaccini: la crescita del virus vaccinale nell’uovo seleziona mutazioni di adattamento che possono modificare proprio la porzione dell’antigene che il sistema immunitario deve riconoscere. Questa problematica, in diverse stagioni dell’ultimo decennio, ha contribuito a ridurre l’efficacia del vaccino indipendentemente dalla deriva del virus circolante (Russell et al., 2024).

 

I VACCINI ANTINFLUENZALI A MRNA

Il 5 agosto 2026 la Food and Drug Administration statunitense ha approvato mFLUSIVA, primo vaccino antinfluenzale costruito sulla piattaforma a mRNA, per gli adulti dai 50 anni in su, con un percorso accelerato per gli over 65 subordinato ai risultati di uno studio post-marketing. Al momento attuale, l’autorizzazione non riguarda la gravidanza. Il vaccino non è approvato al di sotto dei 50 anni e la sua scheda tecnica dichiara insufficienti i dati disponibili nelle donne in gravidanza. Il vaccino antinfluenzale raccomandato in gravidanza resta quello inattivato, di cui esistono decenni di dati di sicurezza e di efficacia.

I potenziali vantaggi di usare la piattaforma mRNA possono riguardare comunque in futuro anche le donne in gravidanza. Un vaccino a mRNA non richiede la propagazione del virus in uovo embrionato e non subisce quindi le mutazioni di adattamento (Gouma et al., 2023). Nel caso dei vaccini a mRNA inoltre, aggiornare una sequenza richiede poche settimane, contro i mesi imposti dalla produzione su uovo; ad esempio, nella stagione appena trascorsa, quel margine sarebbe bastato a includere la sottoclade K. Inoltre la risposta immunitaria è analoga o superiore: negli studi registrativi di fase 3 il candidato quadrivalente ha prodotto titoli anticorpali uguali, e per alcuni ceppi superiori, sia ai vaccini standard sia a quelli ad alta dose prodotti su uovo, con una reattogenicità superiore (Soens et al., 2025).

Infine, la tecnologia mRNA consente di codificare molti antigeni insieme. Un candidato sperimentale contenente le emoagglutinine di tutti i 20 sottotipi noti di influenza A e delle linee di influenza B ha prodotto negli animali anticorpi verso tutti gli antigeni codificati, con protezione anche contro ceppi non corrispondenti (Arevalo et al., 2022), e contro l’influenza aviaria H5 della clade oggi in circolazione negli allevamenti esistono candidati a mRNA immunogeni e protettivi nei modelli preclinici (Furey et al., 2024). Per una popolazione che già in passato, ad esempio nel 2009, ha pagato un prezzo alto alla pandemia influenzale, la possibilità di disporre di un vaccino aggiornato entro poche settimane dall’identificazione di un nuovo ceppo cambierebbe nettamente i termini della protezione disponibile.

La direzione di ricerca più ambiziosa punta proprio a questo, cioè a liberarsi dall’obbligo di indovinare ogni anno il ceppo giusto. L’obiettivo smettere di bersagliare la parte del virus che cambia di continuo, la testa dell’emoagglutinina, e dirigere la risposta immunitaria verso le porzioni che restano stabili fra un ceppo e l’altro: il gambo dell’emoagglutinina, la neuraminidasi, la proteina M2 e le proteine interne (Lim et al., 2024). Un vaccino costruito così proteggerebbe contro ceppi che al momento della sua produzione non esistono ancora.

 

NON SOLO COVID E INFLUENZA

Il citomegalovirus è l’infezione congenita più frequente e la prima causa infettiva di sordità e di disabilità neurologica alla nascita, e per prevenirlo non esiste alcun vaccino: una donna che lo contragga in gravidanza dispone oggi delle sole precauzioni igieniche e può facilmente andare incontro a problematiche per lei stessa e per il suo bambino.

E’ attualmente in fase 3 di sviluppo, un vaccino a mRNA contro il citomegalovirus e lo studio è condotto su donne in età fertile, proprio con l’obiettivo di prevenire la trasmissione al feto. I dati di fase 2 mostrano risposte anticorpali che si mantengono fino a 48 mesi, con una tollerabilità accettabile (Fierro et al., 2026; Akingbola et al., 2025). Se il vaccino funzionerà lo potrà dire solo la fase 3, anche perché purtroppo i tentativi falliti in questo campo sono numerosi. Un risultato positivo significherebbe prevenire per la prima volta, con un vaccino, una causa maggiore di disabilità congenita.

 

Le raccomandazioni italiane

La circolare del Ministero della Salute attualmente in vigore(quella del 22 settembre 2025) raccomanda la dose di richiamo del vaccino anti COVID-19 aggiornato alle donne in qualunque trimestre di gravidanza e nel post partum, comprese le donne che allattano, e ne consente la somministrazione nella stessa seduta dell’antinfluenzale.

La circolare del 25 luglio 2025 sulla stagione influenzale 2025-2026 include le donne in gravidanza fra le categorie a cui il vaccino antinfluenzale inattivato è offerto gratuitamente, in qualunque trimestre, con un beneficio per il lattante che risulta maggiore quando la somministrazione avviene nel secondo o nel terzo.

Il vaccino contro la pertosse si somministra in ogni gravidanza fra la 27ª e la 36ª settimana, con indicazione preferenziale intorno alla 28ª.

Molte delle notizie allarmiste che arrivano su questi temi provengono dagli Stati Uniti, dove le raccomandazioni federali per la gravidanza sono state ricondotte alla decisione individuale e dove la società scientifica dei ginecologi si è dissociata pubblicamente, ritirandosi dal comitato consultivo federale e pubblicando un proprio calendario di immunizzazione materna. Fortunatamente in Italia le raccomandazioni sono ancora quelle basate sulle prove di efficacia e sicurezza, sulla base delle ricerche scientifiche aggiornate al 2026.

In sintesi, per una gravidanza che si svolge in Italia nel 2026 le vaccinazioni raccomandate e gratuite sono tre.

Vaccinazione Quando Perché
Anti COVID-19, vaccino aggiornato a mRNA In qualunque trimestre e nel post partum, allattamento compreso Riduce le forme gravi nella madre e protegge il lattante nei primi mesi; per il bambino il beneficio è maggiore se la dose cade entro 14 settimane dal parto
Antinfluenzale, vaccino inattivato In qualunque trimestre, durante la campagna stagionale Riduce il ricovero materno e l’influenza del lattante nei primi 6 mesi; per il bambino il beneficio è maggiore nel secondo e nel terzo trimestre
Anti pertosse (dTpa), in ogni gravidanza Fra la 27ª e la 36ª settimana, idealmente intorno alla 28ª Protegge il neonato da una malattia che nei primi mesi può essere mortale, e che in Italia nel 2024 ha ucciso tre bambini

Le tre vaccinazioni possono essere somministrate nella stessa seduta.

 

Le conclusioni e le raccomandazioni di CiaoLapo

L’Associazione e la Fondazione CiaoLapo basano la loro attività sulle ricerche scientifiche aggiornate e sulle migliori prove di efficacia disponibili in ogni momento. Le nostre raccomandazioni sono pertanto quelle condivise dalla comunità scientifica internazionale.
Ad oggi, i dati disponibili indicano la sicurezza della vaccinazione a mRNA durante la gravidanza e l’allattamento, ma questo non significa ovviamente efficacia nel 100% dei casi né assenza di effetti collaterali. La medicina, occupandosi di materia viva, non è una scienza esatta e interamente prevedibile; quello che possiamo fare è lavorare sulle conoscenze disponibili e su una valutazione continua del rapporto fra rischi e benefici.

La comunità di CiaoLapo, raccoglie genitori che hanno fatto l’esperienza di appartenere a un numero considerato molto piccolo, quello delle persone colpite dalla morte perinatale del proprio figlio in gravidanza, durante il parto o nelle prime fasi della vita neonatale. E’ evidente che queste esperienze non reggono il confronto con nessuno dei rischi piccolissimi elencati in una tabella di effetti collaterali di qualunque dei vaccini approvati per l’uso umano.

Nel lavoro quotidiano con i genitori in lutto abbiamo osservato spesso in azione due categorie di fattori di rischio.

  • Ce ne sono di non modificabili, che non dipendono da nessuna scelta: l’età, alcune condizioni genetiche, certe patologie della placenta, e quella parte consistente di morti in utero che resta senza spiegazione anche dopo tutti gli accertamenti. Su questi, oggi, non abbiamo strumenti.
  • E ce ne sono di modificabili, sui quali qualcosa si può fare, come gli stili di vita, l’alimentazione, il fumo, l’alcol etc..  Fra questi ci sono anche le infezioni che un vaccino previene.

Tutte le ricerche che abbiamo esaminato indicano che le vaccinazioni raccomandate dalla comunità scientifica in gravidanza hanno un profilo fra benefici e rischi nettamente favorevole, e che agiscono proprio su quella seconda categoria, riducendo una parte dei rischi evitabili che conosciamo. Non promettono di eliminarli tutti, e non toccano affatto i primi. Sapendo quanto poco possiamo fare sui fattori non modificabili, ci sembra però difficile giustificare la rinuncia agli strumenti che funzionano su quelli modificabili.

Come per ogni raccomandazione che esce dalle nostre pagine, resta fermo il fatto che ogni donna ed ogni coppia decideranno per sé e per il loro bambino la strada che ritengono migliore; ma è fondamentale a nostro parere che ciò venga fatto basandosi su informazioni ragionevoli e verificabili.
Purtroppo sappiamo che la disinformazione è il primo motore delle mancate vaccinazioni in gravidanza e ciò comporta un danno oggettivo per le donne e per i loro bambini, misurabile in termini di malattie, ricoveri e, purtroppo, morti materne, in utero o neonatali, che potrebbero essere evitate.

 

Riferimenti

Akingbola A, et al. The mRNA-1647 vaccine: a promising step toward the prevention of cytomegalovirus infection. Human Vaccines and Immunotherapeutics 2025. https://doi.org/10.1080/21645515.2025.2450045

Arevalo CP, et al. A multivalent nucleoside-modified mRNA vaccine against all known influenza virus subtypes. Science 2022. https://doi.org/10.1126/science.abm0271

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