È appena stato pubblicato sull’European Journal of Midwifery lo studio RESPeC-ToP (Respectful Care in Termination of Pregnancy), condotto dal gruppo di ricerca della Fondazione CiaoLapo ETS in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze e altre università italiane (Milano Bicocca, Parma e Verona). Lo studio esplora, per la prima volta in modo sistematico nel contesto italiano, la conoscenza del quadro normativo, le pratiche di cura e le esperienze emotive dei professionisti sanitari che assistono coppie che affrontano una interruzione di gravidanza a seguito di diagnosi di anomalia fetale.
Ogni anno in Italia vengono registrate oltre quattromila interruzioni di gravidanza oltre il primo trimestre, molte delle quali avvengono a seguito di una diagnosi che arriva nel mezzo di una gravidanza desiderata. Per le coppie che le vivono, si tratta di esperienze che comportano dolore acuto, shock, e la necessità di prendere decisioni consequenziali in tempi spesso stretti. La letteratura scientifica internazionale documenta in modo consistente l’associazione tra questo tipo di perdita e l’insorgenza di lutto prolungato, depressione, ansia e sintomi post-traumatici. Eppure l’assistenza offerta ai genitori in questi contesti rimane in Italia largamente disomogenea, e i bisogni dei professionisti che la erogano sono stati fino ad ora poco indagati.
Lo studio RESPeC-ToP è stato progettato per colmare almeno in parte questa lacuna. Tra settembre 2022 e dicembre 2023, 552 professionisti sanitari, la maggior parte dei quali ostetriche (84,8%), hanno risposto a un questionario online articolato in quattro sezioni:
- caratteristiche sociodemografiche e professionali,
- conoscenza della normativa italiana,
- pratiche di assistenza al lutto,
- vissuti emotivi legati alla cura in questo contesto.
Cosa sanno i professionisti della legge
Il quadro normativo italiano presenta una peculiarità che lo distingue da molti altri contesti europei: la Legge 194/1978 non stabilisce una soglia gestazionale fissa per l’interruzione di gravidanza in caso di anomalia fetale, lasciando la valutazione ai professionisti caso per caso. Quasi tutti i partecipanti (99,4%) sapevano correttamente che l’interruzione può essere effettuata dopo i novanta giorni di gestazione. Tuttavia, solo il 19,5% era consapevole che non esiste nella legge italiana un limite gestazionale fisso per questa indicazione: la maggioranza credeva che tale limite fosse fissato a 22 settimane (53,7%) o a 24 settimane (24,7%), soglie che non trovano corrispondenza nel testo normativo, ma riflettono prassi locali legate all’interpretazione della vitalità fetale e all’organizzazione delle singole strutture. Questa confusione tra legge e consuetudine clinica ha delle effettive implicazioni: può ritardare i rinvii, rendere il counseling inconsistente e limitare l’accesso a opzioni come la sepoltura, la memory box e il follow-up, a seconda dell’ospedale in cui la donna si trova.
Il fatto che i professionisti più giovani e meno esperti abbiano mostrato livelli di conoscenza significativamente inferiori indica che la formazione di base non sta affrontando in modo adeguato gli aspetti legali e amministrativi di questo tipo di assistenza.
Come viene erogata la cura
Sul piano delle pratiche di cura al lutto, il quadro che emerge è quello di un sistema che funziona bene su alcune dimensioni e ne lascia scoperte altre. La tutela della privacy (91,8%), il supporto emotivo durante il travaglio e il parto (88,2%) e la possibilità offerta ai genitori di vedere il bambino (95,9%) sono pratiche diffuse. Al contrario, le componenti considerate più difficili da implementare in modo sistematico sono state la memory box, proposta di routine solo dal 53% dei rispondenti, il follow-up strutturato, garantito da appena il 37,4%, e la gestione della lattazione nella sua dimensione più ampia: quasi tutti i professionisti conoscono la necessità di gestire la soppressione lattea (97,2%), ma meno della metà discute routinariamente le opzioni non farmacologiche (49,7%) o la donazione del latte (33%).
Uno dei risultati più rilevanti dello studio riguarda il ruolo dei protocolli condivisi. I professionisti che lavorano in strutture dotate di un protocollo che copre sia gli aspetti clinici sia il supporto emotivo mostrano comportamenti assistenziali significativamente più coerenti con le raccomandazioni internazionali: restare vicino alla donna o alla coppia, essere disponibili al dialogo, garantire la presenza del partner, offrire supporto psicologico. Nell’analisi di regressione multivariata, la presenza di tali protocolli è risultata indipendentemente associata all’evitare l’uso di benzodiazepine, all’attivazione della creazione di ricordi, al supporto nel postpartum e all’organizzazione sistematica del follow-up, con odds ratio compresi tra 3,6 e 4,1. Non si tratta, in altre parole, di comportamenti che dipendono principalmente dalla sensibilità individuale del singolo operatore, ma di pratiche che si consolidano quando l’organizzazione le sostiene con strumenti espliciti.
Il peso emotivo di chi assiste
Lo studio ha dedicato ampio spazio all’esperienza soggettiva dei professionisti. I dati raccolti mostrano un carico emotivo elevato: il 93,9% dei rispondenti riporta empatia, l’81,3% sofferenza emotiva, il 65,1% senso di impotenza, il 51,4% sentimenti di inadeguatezza. Più di due terzi descrivono un alto livello di identificazione con il vissuto dei genitori. Dopo aver assistito un’interruzione per anomalia fetale, il 71,2% sente il bisogno di parlare con qualcuno, nella grande maggioranza dei casi un collega (88,9%). Il debriefing tra pari emerge quindi come la principale strategia di elaborazione disponibile, ma rimane in larga parte informale e non strutturata. I professionisti più giovani e meno esperti sono quelli che riportano con maggiore frequenza vulnerabilità emotiva, sentimenti di inadeguatezza e impotenza, e una forma di dissociazione affettiva che nello studio abbiamo definito “anestesia emotiva”. I professionisti che avevano frequentato corsi di formazione sul lutto perinatale mostravano invece livelli più elevati di coinvolgimento emotivo e di empatia, un dato che abbiamo interpretato come maggiore consapevolezza e capacità di sintonizzazione professionale.
Cosa ci dice questo studio
La prima e più ovvia implicazione è che la formazione conta, e che la sua assenza lascia i professionisti più giovani esposti all’incertezza normativa, alla gestione improvvisata delle emozioni proprie e altrui, e a prassi di cura irregolari che dipendono troppo dal contesto in cui ci si trova a lavorare.
La seconda è che i protocolli condivisi, quando includono non solo gli aspetti clinici ma anche quelli del supporto emotivo, producono un effetto misurabile sulla qualità dell’assistenza, e non sono quindi un elemento accessorio dell’organizzazione sanitaria, ma una leva concreta di miglioramento.
La terza è che il follow-up, considerato essenziale dalla quasi totalità dei rispondenti ma garantito sistematicamente da meno di quattro su dieci, rimane il punto di rottura più frequente nella continuità della cura: il momento in cui le famiglie vengono dimesse senza un percorso strutturato di accompagnamento che le attenda fuori dall’ospedale.
CiaoLapo lavora da anni su ciascuno di questi nodi, attraverso la formazione degli operatori, il sostegno alle famiglie, e la promozione di standard assistenziali che rispettino al tempo stesso il dolore dei genitori e il benessere dei professionisti che li accompagnano. Lo studio RESPeC-ToP aggiunge a questo lavoro una base empirica ancora più solida, e indica con maggiore precisione dove concentrare gli sforzi.
Articolo a cura di Alfredo Vannacci e Claudia Ravaldi
Laboratorio di Ricerca Perinatale PeaRL – Fondazione CiaoLapo, Dipartimento NEUROFARBA, Università degli Studi di Firenze
Ravaldi C., Mosconi L., Adami A., Bonaiuti R., Colosi S., Dardari M., Frati F., Facenda E., Fumagalli S., Neri S., Nespoli A., Poletto F., Vannacci A. Knowledge, practices, and emotional experiences of Italian midwives and healthcare professionals in termination of pregnancy for fetal anomaly: The RESPeC-ToP Study. European Journal of Midwifery 2026;10(June):22. DOI: 10.18332/ejm/222587
